Salvatore Iacopino | Dialetto calabrese di Palizzi.
Dialetto. palizzi. calabrese.
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Dizionario palizzitanu

Dizionario palizzitanu

Breve dizionarietto di termini palizzesi che stanno cadendo in disuso o che rischiano di svanire dalla memoria di chi, come me, non ha più una frequentazione quotidiana con il dialetto originario.  (ult. agg. 30.04.21)

Il presente documento, che include oggi circa 550 lemmi, ha carattere amatoriale. La motivazione è principalmente sentimentale: recuperare in un breve elenco quei termini dialettali che utilizzavo e sentivo utilizzare a Palizzi negli anni ’70, quando ragazzino andavo firriàndu per i vicoli del Paese.

Sono state deliberatamente escluse dal dizionario tutte quelle parole dialettali troppo simili all’italiano (per la comune radice etimologica latina o per la loro derivazione diretta dal volgare italiano). Allo stesso modo, non si è ritenuto di dover inserire eventuali parole antiche il cui uso si era già perso in quegli anni.

 

A cagione del desiderio di privilegiare l’evocazione di ricordi e sentimenti personali, alcuni termini possono non figurare nelle modalità consuete del vocabolario, preferendo in qualche caso il plurale al singolare o l’aggettivo al sostantivo, ecc.).

La trascrizione fonetica non vuole essere scientifica, ma basata su forme ortografiche simili al parlato. Essa pertanto non è esente da errori. Ben vengano quindi suggerimenti e correzioni. Lo stesso dicasi per le definizioni, senz’altro suscettibili di spiegazioni migliori e più pertinenti.

Un approfondimento di tipo etimologico sarebbe auspicabile, ma fuori dalle mie competenze (ho inserito solo alcune derivazioni, tra le più note).

Ringrazio le amiche e gli amici palizzesi, che con i primi suggerimenti “in rete”, mi hanno dato lo stimolo a continuare questo lavoro, tutt’ora in corso.

 

 

A

 

Abbàsciu

giù (in giù)

Accia

sedano

Acquazzìna

rugiada, brina

Addrìtta 

in piedi, all’impiedi.

Affujùni

di corsa, velocemente.

 

Aguànnu

quest’anno

All’intrasàttu

di colpo, all’improvviso. L’originario articolo si è ormai legato alla parola (intrasattu).

Allùrmu 

ne restava chi, durante il gioco a carte patrùni e sutta non beveva nemmeno un goccio.

Ammùzzu 

a casaccio

Ancòddhu

addosso (anche “dancòddhu”)

Anìti

insieme (domani jamu anìti nto paìsi!)

Armacèra

muro a secco, utilizzato per limitare fondi vicini o come argine a un corso d’acqua; più frequentemente, per contenere il terreno nella coltivazione delle aree scoscese (dal greco ermakìa).

Àspitu

serpente velenoso; rappresentato come un animale quasi immaginario, particolarmente cattivo e dall’aspetto pauroso; in senso figurato, indicava una persona particolarmente violenta, dal carattere velenoso (si jiettàu cuntr’a mmia comu a n’aspitu!)

 

 

 

 

B

 

Babbijàri

comportarsi da babbeo, da sciocco

Baccalàru

stupido, molto ingenuo

Baciùrra

lampada da comodino

Bagghjolu

secchio, catino.

Bagnaròla

grande bacinella

Ballatùri

ballatoio, il pianerottolo della scala (dal latino ballatorium9

Bampàri

prendere fuoco, bruciare

Bàrda

sella

Baùllu 

cassapanca, baule

Bbabbasùni

stupido, goffo, sciocco

Bbasàtu

saggio, assennato

Bbriscìri

spuntare l’alba

Bèrtula

contenitore di tessuto con due tasche cucite alle estremità. Posta a bilancia sulla spalla del contadino, la Bèrtula era utilizzata per la semina, ma anche per il trasporto di frutta e simili.

Bìlicu 

bilancia con ampia base per grosse pesate (fino a tre quintali) di animali e derrate alimentari

Birbiàri

balbettare

Bbòmbicu

vomito (inteso sia come “conato di vomito” che come ciò che si rimette)

Boccàcciu

barattolo di vetro di forma cilindrica, a bocca larga

Bbòzzu

gozzo; rigonfiamento del collo dovuto a malattia della tiroide

Bovalàci

lumaca

Brècciu 

ghiaia, pietrisco

Bròccia

forchetta (forse dal francese “broche”, spiedo)

Bucalètta

caraffa (da Bucàli)

Bucàli

boccale (dal greco baukalion)

Buccerìa

macelleria

Bucculàru

guanciale del maiale, salato ed asciutto

Bucìssiu

cespuglio

Buffa

rana  (buffa boìna specie di rana particolarmente grande e dalla pelle molto dura)

Buffé

credenza

Buffètta

tavolo in legno da cucina, talvolta anche mobile da cucina

Buffettùni

schiaffo molto forte, colpo  violento

Bugghjutèddhu

(o musulupu) tipo di formaggio

Bumbulèddha

tradizionale contenitore in terracotta per l’acqua

Bùrza

tasca

Butrìca

ventre, pancia; detto di chi ha un gran pancione.

Buvàtta

scatola di latta, solitamente quella dei pelati (dal francese boìte)

 

 

 

 

C

 

Cacanòzzuli

feci a palline o a forma di nocciolina; sono tipiche quelle caprine.

Cacarùni

fifone, pauroso

Càia

piagha

Calamandrùni

uomo ozioso, pigro, scansafatiche e anche un po’ stupido

Calandrèddhi

calzature primitive fatte con la pelle delle vacche o altri materiali di fortuna

Calandrùni

uomo alto, grande, dal fisico possente (dal greco kalòs, “bello” e andros, “uomo”)

Calascìndi

dispositivo di chiusura di porte e finestre

 

 

Calàta

discesa, pendio, strada in zona scoscesa

Càlia

ceci abbrustoliti. Una volta bolliti, si fanno arrostire insieme a sabbia di mare su un grande piatto di metallo, così da risultare molto croccanti (dall’arabo qyylìa, arrostito).

Calìpsu

eucalipto

Cambarùni

erbacea che cresce spontaneamente nelle campagne di Palizzi, i cui rami secernono un liquido bianco lattigginoso

Camùffu

fazzolettone colorato (una sorta di foulard) annodato a triangolo sul collo. Era usato dagli appartenenti ai primi ranghi della “Onorata società” (i nodi indicavano i gradi)

Canigghja

crusca

Cànnamu

canapa (detta anche cannamùsa); la si coltivava per ottenere fibre da farne filati

Cannaròzzu

gola, ma più specificamente, il pomo d’adamo.

Cannarìni

gola

Cannìci

erba selvatica  dalle foglie lunghe coi margini seghettati e il fusto sottilissimo, diritto e molto lungo, quasi simile alla canna, da cui il nome. Essendo sottili e dritti, i cannici secchi, si utilizzavano per fare i maccheroni, arrotolandovi attorno la pasta e lavorandola con le mani aperte sopra una superficie.

Cannìzza

stuoia di canne schiacciate e intrecciate; usata per vari scopi: spesso appesa al soffitto della cucina per farvi asciugare i fichi, le castagne o altra frutta

Cantáru

quintale (dall’arabo qantār)

Capìnta

bastone dalla cima ricurva

Capìzza

redini ovvero corda e bardatura di muli, asini e cavalli. (Parinu sceccu tiratu da capizza: uomo privo di carattere  e personalità, che si lascia facilmente trascinare dagli altri).

Carbùnchju

rigonfiamento ulceroso della pelle, foruncolo

Carcàgnu

tallone

Carcaràzza

gazza

Carcariàri

far chiasso, schiamazzi, vociare, rumoreggiare

Cardàra

caldaia in rame per cucinare

Cardiàri

riscaldare

Cardùni

carciofini selvatici pieni di spine

Caristùsu

raro, scarso.

Carrapòmpulu

specie di fungo molto simile al tartufo

Carravùci

pianta commestibile, baccello di trifoglio selvatico, molto diffusa nel territorio di Palizzi

Carriàri

trasportare a fatica

Carusèddhu

salvadanaio

Càrzi

pantaloni

Casalòru

casareccio, fatto in casa

Càscia

cassa di forma parallelepipeda, di varie dimensioni (cassapanca)

Casciabbàncu

1) cassapanca; 2) mobile vecchio e malmesso; 3) detto di persona messa male

Casciuni

cassapanca, cassettone

Cascittùni

  1. cassettone; 2) detto di persona falsa, ciarliera
Càsu

formaggio

Catalèttu

detto di uomo malsano e cadente, non necessariamente “vecchio” né mai riferito ad un oggetto, come avviene invece altrove, ad es. a Mammola (Lu megghju malandrìnu era eu quand’era schèttu, ora mi maritai e diventai ‘nu catalèttu!)

Caterinèddha

coccinella

Catòju

locale tipo cantina per deposito sotto casa (da katogheion, porcile, stanza bassa)

Catrìchi

trappole, tranelli (tu si bonu sulu pe’ jarmàri catrìchi!)

Catùsu

ambiente stretto, buio e maleodorante

Cavulicègghja

erbe di campagna commestibili

Cazzìjàri 

rimproverare con durezza

Cazzijàta

duro rimprovero

Ccattàri

comprare

Ccattiàri

guardare di nascosto, sbirciare

Ccèttu

in origine indicava quella piccola apertura nella parte alta di una porta, attraverso cui si introduceva il braccio per fermare la porta al montante. In seguito il termine Ccéttu è passato ad indicare generalmente l’imposta di una finestra.

Cchètta

taglio, ferita, ma anche occhiello, asola

Cchjappàri

litigare; ma anche acchiappare, catturare.

Cciappa

pietra larga e sottile (dallo spagnolo chapa); famoso a Palizzi il gioco “di Cciàppi”.

Ccicculatèra

macchinetta del caffè, fatta di lamiera o di rame.

Cciuncàri

fare male, ferire (mi cciuncài, mi sono fatto male)

Ceramìta

tegola (dal greco keramìdion)

Ceràsa

ciliegie (dal greco kerasos, ciliegia)

Cerasàra

ciliegio

Chjica

piega

Chjicàri

piegare, distorcere (chjicatùra ‘piegatura’)

Chjumpìri

finire, terminare, completare, maturare

Chjùppu

pioppo

Ciàgula

cornacchia o  tordo (?); in senso figurato, persona che parla molto e ripetutamente

Ciancianèddu

sonaglino, campanellino

Ciaramèddha

zampogna

Cìciri

ceci

Cinculìri

schiaffo

Cilàri

ruzzolare, rotolare per terra qualcosa di rotondeggiante (cìlu, cìlu)

Cìnniri

cenere

Ciofèca

cosa di cattiva qualità; solitamente si diceva per il “caffè” o il liquore di cattivo gusto.

Ciòlla

organo sessuale maschile

Ciùncu

storpio, persona a cui manca un arto; in senso figurato col significato di “indolenzito” (stasìra mi sentu ciuncu!)

Citoiàri

lett., diventare acido; in senso figurato: prendersi d’ira, (Mi fici i mi citìu u sangu!).

Còcciu

piccola quantità di qualcosa, chicco, granello, acino. Si diceva cocciu anche il piccolo foruncolo e cose affini.

Còfina

cesta di vimini o di liste di castagno (dal gr. Κόφινος, cesto)

Cofanèddha

piccola cesta utilizzata per trasportare per lo più frutta

Cogghjìri

raccogliere

Comòra

per ora,  (accomòra, a quest’ora) (pe ‘ccomòra, per il momento)

Conca

manufatto di legno di forma rotonda nel  quale  si appoggiava il braciere

Conzàri

sistemare, preparare.

Coppìnu

mestolo da cucina

Cornèddha

peperoncino (plur.)

Còrpa

botte, legnate, pestare qualcuno (ti dugnu ‘na passat’e copra!)

Cozzèttu

parte alta e posteriore del collo (corrispondente all’osso occipitale).

Cozzicatùmbulu

capitombolo, capriola, cadere col capo all’ingiù

Còzzu

1) equivalente a cozzettu; 2) parte non tagliente dell’accetta e di attrezzi simili

Criànza

educazione

Cricòpa

albicocca

Cridènza

oltre che indicare il mobile da cucina, per conservare olio, farina, pane, ecc., equivalente all’italiano “credenza”, il termine ha il significato di “credito”: prendere qualcosa “a cridenza” ossia con l’impegno di pagare in futuro.

Crìvu

setaccio

Cròccu

uncino, gancio per appendere qualcosa (dal francese crochet, gancio)

Crucìtti

fichi secchi che si riempivano con noci e scorza di mandarino

Cùccu

cuculo, rapace notturno; si dice anche di persona poco capace, distratta, poco attenta (pari nu cuccu!)

Cúcuddhu

grandine (dal greco κούκουλλου)

Cucùzza

zucca (dal latino cucutia, testa vuota) 

Cucuzzèddha

zucchina

Cuddhurèddhi

ciambelle di pasta frolla. (cuddhuri o cuddhuraci dal gr. Κουλούρι Κουλουράκι (kulluri kulluraci) con la palatalizzazione di L in D

Cugghjuniàri

scherzare; prendere in giro qualcuno

Culatùri

strumento usato per recuperare l’ultimo vino dalla fezza (feccia)

Cumbògghju                          

coperchio

Cùnnu

genitali femminili

Curcògghiu

nocciolo della frutta

Curcùcia

frattaglie di maiale residuate dalla preparazione delle frittole

Currìa

cinta dei pantaloni

Curriàri

rincorrere; cacciare via (u curriaru i Bova): lo hanno scacciato da Bova

Curùna

pezzo di stoffa arrotolata sulla testa per facilitare il trasporto di contenitori pesanti portati in  testa

Cusculiàri

rompere, mandare in mille pezzi.

Cúscussu

pastina piccola (dall’arabo kuskus)

Custurèri

sarto per uomo

Cutèddhu

coltello

Cutra

coperta o trapunta pesante; in senso figurato: sfortuna, fardello (Cu m’a mandàu a mmia ‘sta cutra?)

Cutrùzzu

regione lombare; più genericamente: schiena (mbàscia lu cutruzzu e lavura!)

Cuvertùri

pesante copriletto in tessuto artigianale

 

 

 

 

D

 

Dassatìni 

resti, briciole, rimasugli

Ddhumàri

accendere (dal francese allumer)

Ddimuràri

ritardare, tardare, prendere tempo (E quantu ddimurasti, ‘sta vota? E quanto tempo ci hai messo?)

Ddrìttu

diritto, lineare; in senso figurato: uomo astuto, furbo

Ddubbàri

saziare, abbuffare

Dduìna 

un insieme pari a due o a “circa” due

Dèda

pezzetti di legno resinoso che servivano per accendere il focolare o a fare da fiaccola

Dinocchju

ginocchio

Dijùnu

digiuno

Discurrùta 

chiacchierata, attenta e approfondita (a volte sottintendendo, per una questione piuttosto seria: veni ca ndi facìmu ‘na bella discurruta!)

Disìu

voglia, macchia sulla pelle del neonato. Secondo la tradizione sarebbe causato dal desiderio non soddisfatto  di cose alimentari da parte della madre incinta.  Se, cioè, spinta dal desiderio, la donna incinta si fosse toccata in qualche parte del corpo, pensando all’alimento desiderato, quel disìù si sarebbe trasferito sul nascituro, lasciando una macchia simile, per forma o colore, all’alimento desiderato.

Docchjàtu 

colui che ha subito il malocchio

Dòmitu

addomesticato, arrendevole. Il termine era usato essenzialmente per indicare il mulo o l’asino già addomesticato e pronto per i servizi.

Dubbràri

zappare lo stesso terreno per due volte

Dunniàri

attardarsi, prendersela comoda, perdere tempo.

 

 

 

 

E

 

 

 

 

 

F

 

Fàina

tralcio verde della vite 

Farcigghjùni

falcetto

Fardàli

grembiule

Fascèddha

contenitore per la ricotta

Ferrufilàtu

fil di ferro

Fètu 

puzza

Fetùsu

sporco, sudicio, schifoso; in senso figurato, qualcuno con un caratteraccio e inaffidabile

Fica

fichi (plur.), da intendersi i frutti, non la pianta. Molto usati, anche perché gustosi e ricchi di zuccheri, i  fichi secchi. Le nonne usavano tenere spesso “na para i fica” nella tasca del grembiule, da farne dono o ricompensa a qualche bravo ragazzino.

Ficàra

albero dei fichi

Ficaràzzu

frutto del fico d’india. Ricchissimi di zucchero e vitamine, i ficaràzzi erano usati sia per l’alimentazione umana sia come foraggio per i maiali. Oltre che freschi, si consumavano cotti, dopo essere stati infornati e conservati per l’inverno.

Fìddhiári

strappare le erbacce infestanti e dannose tra le piantine di grano o tra le viti (operazione eseguita a mani nude)

Fiddhìttu

animaletto vispo e curioso

Filèttu

schiena

Firriàri

girare, andare correndo, girovagare (aùndi vai sempri firriàndu?)

Fòrgia

bottega del ferro battuto

Forgiaru

chi lavora alla forgia, fabbro, maniscalco.

Folèa

nido d’uccello (dal gr. Φωλέα)

Forcìna

molletta per capelli

Fraca

fiaccola

Fracassu 

1) attrezzo usato dal muratore per levigare gli intonaci; 2) rumore assordante, frastuono (come in italiano).

Fratta

blatta

Frevi

febbre

Fricàri 

rubare (mi fricaru tutt’u vinu ‘sti cornuti!, mi hanno rubato tutto il vino questo cornuti); ingannare (mi fici fricàri com’u ‘nu fissa!, mi sono fatto fregare come un fesso!)

Frijìri

friggere

Frìttuli

piatto tipico fatto con le parti di scarto del maiale, con e senza osso.  La preparazione. Sistemata a terra la  caldaia di rame, si distribuiva intorno al bordo uno strato di 15/20 cm di cenere con sopra delle braci,  si versavano nel fondo di essa alcuni litri d’acqua già salata e le parti molli e grasse del maiale. Dopo qualche ora, si rinforzava la brace attorno alla caldaia e si aggiungevano le ossa lunghe. Le braci non dovevano provocare l’ebollizione, ma  consentire una lenta e misurata fusione; proprio per questo erano sistemate in maniera uniforme per tutta la circonferenza della caldaia, ma senza mai venire a contatto con il recipiente; e per lo stesso motivo, la caldaia doveva stare sempre senza coperchio, per facilitare l’evaporazione dell’acqua.  Ancora qualche ora e nuovamente si rinforzava il fuoco e si aggiungevano le ‘scorze’ di pelle, le orecchie e i piedi. In seguito, si toglievano le parti di pelle e si aggiungevano le coste, le ossa corte e le scapole. Il tempo totale di cottura variava mediamente dalle 7 alle 10 ore. Finalmente si criscivinu i frittuli ossia  si tiravano fuori i vari pezzi, aiutandosi con una pala di legno e un forchettone. L’operazione era piuttosto delicata. Tolti ad uno ad uno tutti i pezzi (frìttuli), nel fondo della caldaia restavano pezzettini di grasso, di muscoli, di pelle (i curcucia), lasciati lì a raffreddare, per poi essere tolti e sistemati in appositi recipienti e ricoperti di un sottile strato di strutto (saìmi) per la conservazione.

Frivàru

febbraio

Fujitìna

fuga di due innamorati, per superare il diniego dei genitori, che si concludeva, quasi sempre, con le nozze legali.

Fujùna

faina

Fumèri

letame, concime animale (dal francese  fumier, letame).

Furcàli

tridente

Furiàri

scacciare, mandar via (furìalu mi si ndivài!)

 

 

G

 

Gabbu 

come nell’italiano gabbo: burla, beffa, scherno. Proverbiale l’espressione: Non gabbu e non maravigghja ossia non beffarsi né meravigliarsi delle disgrazie altrui. In questo caso l’espressione ha un senso di ammonimento scaramantico (non beffarti di…. poiché le disgrazie possono capitare a tutti noi), ma è spesso usata come semplice espressione di meraviglia, come quando si rimane senza parole davanti a qualcosa. Più raramente, il termine “gabbu” è usato con valore di inganno, in senso benevolo (‘stavòta mi gabbasti daveru!)

Gàddhâra

ernia dell’inguine.

Gaddharùsu

persona con l’ernia; si riteneva, tradizionalmente, che le persone con l’ernia fossero in grado di prevedere il peggioramento delle condizioni meteoclimatiche.

Gaddhinàru

pollaio

Gaddhùni

letto di piccolo torrente di montagna, vallone

Gànga 

guancia (gànghi: entrambe le guance)

Gangàli

mento

Gàrgia

bocca (così detta solo quando grida o parla troppo) (E chjudi ‘ssa gàrgia!, E chiudi quella bocca! / Smettila dei parlare così tanto!

Gassarijàri

sprecare

Gazzàna

armadietto con mensole ricavato all’interno di una parete

Gèbbia

vasca di conservazione dell’acqua utilizzata per l’irrigazione (dall’arabo jabh, cisterna)

Gghjàstru

olivo selvatico (dal latino oleastrum, oleastro)

Ghjòmbaru

gomitolo

Giannèddha

girino

Gnegnu

intelligenza, ingegno, capacità

Gnura

signora

Granatàra

l’albero di melograno

Granàtu

frutto del melograno. Secondo antiche tradizioni, che si ritrovano nella mitologia greca, è il frutto dei morti (si veda il Mito del rapimento di Persefone).

Grancàri

intorpidire, irrigidire, quasi paralizzare; detto in particolare di un arto o parte del corpo irrigidita (mi “grancàru i gambi!) 

Grànciu 

granchio di fiume

Grasta

vaso di terracotta.

Grattacàsu

grattugia

Grattalòra

grattuggia

Grattuddhiàri

fare il solletico

Grìngia  

linguaccia, smorfia, boccaccia

Gruppu

nodo

Grùttu

rutto

Gùbbitu

goloso, voglioso, insaziabile.

Gùddha

capra o pecora nata senza corna

Gùgghja

ago

Gùgutu           

gomito

Guní

monte, (dal gr. Βουνί, B pronunciata V, quindi Vuní);  a Palizzi ha valore toponomastico

Gùrna

pozza d’acqua, buca piena d’acqua

Gurnàli

grande pozza d’acqua lungo i torrenti

Gùrru

voglia, desiderio, attitudine, aspettativa (Oh figghjoli, chi gurru chi vi vinni cu stu dizionariu!) (E’ non daju gurru com’a vùi!)

Guta

dolce tipico pasquale con uovo intero intrecciato all’impasto. Altrove pronunciato “Nguta”

 

 

 

 

H

 

Hjastìma

bestemmia (altri scrivono con il trigramma “Chj” (Chjastìma), ma la pronuncia aspirata che usiamo a Palizzi, ritengo debba essere resa con il digramma “Hj”)

Hjauriàri

annusare

Hjàuru

odore

Hjiaccàri

rompere, spaccare.

Hjiaccatìna  

ferita, spaccatura, fessura.

Hjocca

chioccia

Hjuhjiàri 

soffiare, alitare.

Hjuhjatùri

utensile per soffiare ed accendere il fuoco

 

 

 

 

I

 

Iampràri

stendere, solitamente detto per i panni

Ièrrimu

randagio, ramingo, vagabondo; usato anche nel senso di miserabile, poveraccio.

Ilici

elce

Iritàli

ditale

 

 

 

 

J

 

Jacciu

ghiaccio

Jamunìndi 

andiamo via

Janchijàri

sbiancare, tendere al bianco

Jancu 

bianco

Jarmàri

causare liti (Jarmatàru: colui che tende a causare liti e questioni (sempri chi jiarmi!)

Jenca 

vacca giovane non ancora pronta per la riproduzione, giovenca.

Jencu

toro giovane d’età e di sviluppo

Jènniru

genero

Jelu

gelo

Jermànu

qualità tradizionale di segale

Jettàri

gettare, buttare via

Jettu

getto, germoglio (si dice jettàu della pianta che ha fatto i germogli)

Jìmbu

gobba

Jinchìri

riempire

Jinèstra

ginestra

Jìri 

andare  (jìri i corpu espellere le feci)

Jìritu

dito

Jocatùra

solitamente riferito alla rotula, il termine indicava in generale ogni giuntura degli arti, il punto dove si compie il ‘gioco’ dell’articolazione.

Jùncu 

giunco, arbusto dai rametti sottili, lunghissimi e flessibili.

Jùnta

quantità contenuta nei due palmi delle mani congiunte. Diminutivo: junticeddha. L’espressione ‘na jùnta corrisponde all’italiano “una manciata”.

Juntàri

saltare (juntài ‘i ll’arburu e fujìà: sono saltato giù dall’albero e sono scappato); accorrere saltando (juntài ‘nu sart’a casa: ho fatto una capatina veloce a casa).

Jùsu

 sotto

 

 

 

 

L

 

Làmia

copertura a volta all’ingresso delle abitazioni

Lampiùni

ceffone, schiaffo (ti moddhu ‘nu lampiuni…..).

Làndru

oleandro

Làuru

alloro

Lèfrenda

biscia di fiumara

Lefritùni         

biscia di grandi dimensioni

Lèggiu

piano, adagio.

Levàtu 

frammento di pasta lievitata, delle dimensioni di un piatto, da usare come lievito madre per fare il pane casereccio. Dopo ogni utilizzo, dall’impasto viene prelevato un altro frammento da usare per l’impasto successivo.

Lìmba

vaso di argilla in cui si lavavano i piatti (usato anche come piatto grande e fondo).

Límicu                       

terreno impermeabile all’acqua, quindi sempre melmoso e scivoloso.

Lìmitu 

confine, che divide gli appezzamenti di terreno.

Lìppu

specie di muschio, che ricopre, come un sottile velo verdastro, le superfici bagnate (i sassi nei torrenti o gli scogli nel mare). Il termine “lippu” sembra derivare dal greco lepìs, che voleva dire involucro, scorza o squama. Nel corso del tempo il significato si è evoluto e ha preso a indicare appunto quella sottospecie insolita di “corteccia”, che anziché rivestire gli alberi ricopre le aree in prossimità dell’acqua.  A Palizzi il termine “lippu” era usato anche per indicare quella sottile pellicina che si crea sulla superficie del latte riscaldato.

Lisàra

pianta, a forma di cespuglio, della lisi.

Lìsi

erba graminacea selvatica dalle foglie lunghe e sottili a nastrino molto taglienti. Grazie alla sua fibra molto resistente era impiegata per legare fascine o i tralci delle viti e per fare corde e scope rudimentali. Era utilizzata anche come foraggio per le mucche.

Litrarìa

pigrizia

Litràru

scansafatiche, pigro, bighellone.

Livàra

albero di ulivo

Llallâru

schiaffo, manrovescio (Ti votu ‘nu llallâru…)

Llambicàri

desiderare ardentemente un alimento (Mi llambicài mi ti viju mangiari!, all’incirca: “mi è venuta l’acquolina in bocca a vederti mangiare!”

Llartiriàri

arrabbiarsi, innervosirsi, disperarsi, rodersi dentro, dispiacersi, agitarsi

Llatriàri

allagare, bagnare abbondantemente

Lliffàri

lisciare, truccare, ravvivare i capelli; (Abbàca mi ti lliffi e fai cannola, lu santu che di marmuru non suda!)

Lojàra

agave; cresce spontanea come cespuglio con foglie grandi e bordate di spini aguzzi.

Lumèra

lucerna ossia lampada a combustibile liquido, per lo più minerale o vegetale (Quandu stuti a lumèra simu tutti i’ na manèra!)

Luppìnu

lùppolo

Lùstru 

luce intensa, luminosità, chiarore.

 

 

 

 

M

 

Madòsca

voce deformata di Madonna, in imprecazioni e bestemmie (Hi.. mannaia la madòsca!)

Magàgnu

tipo di zappa di ferro a tre punte.

Magulà

infiammazione delle ghiandole parotidi, parotite.

Màgulu

guanciale

Maìddha

contenitore in legno rettangolare nel quale si impastava la farina per il pane o prodotti dolciari.

Majìa

magìa, fattura, maleficio.

Majalinàru

uomo esperto nella castrazione dei maiali. Io ne ricordo uno che veniva da fuori paese, con in tasca il suo coltellino ben affilato. Senza tante cerimonie, in men che non si dica, apriva ed estraeva rapidamente gli organi riproduttori da quei poveri animali.

Malacrijànza

maleducazione, cafoneria, sgarbatezza.

Malanòva 

espressione usata quando si apprendono cattive notizie (Eh malanova!: che notizia tremenda che mi dài!), ma soprattutto quando si doveva mandare al diavolo qualcuno (Eh chi mmi ti pigghja malanòva!).

Manàta

1) colpo dato con la mano, schiaffo, pacca;

2) quantità di qualsiasi cosa che può esser contenuta in una mano.

Mancupàtu

malaticcio, temporaneamente incapace.

Mandàgghju 

piccolo pezzo di legno ruotante intorno a un perno, che serviva per chiudere porte, finestre, cancelli (dal greco mandàlion, chiavistello) 

Mandàli

bloccaporta, chiavistello per portoni e imposte di legno

Mangiasùmi

prurito (cu non si gratta cu li so mani, non ci passa la mangiasùmi!)

Manìcula

cazzuola, arnese usato dai muratori.

Mantònicu

qualità di vite e di uva della zona

Manzu

quieto, tranquillo, addomesticato. Riferito in particolare agli animali.

Mappìna

strofinaccio usato in cucina come asciuga piatti

Márgiu

terreno vergine, non ancora coltivato (dall’arabo marğ)

Maricchjèddhu

poverino (usato solo come esclamazione)

Maroiàri

preoccupare, affliggere, amareggiare (E va bonu dài, non ti maroiàri!), da cui l’aggettivo maroiàtu: addolorato, afflitto.

Marrèddha 

gioco popolare consistente nel tracciare sul terreno una griglia quadrata di 3×3 caselle e, servendosi di legnetti diversi per ciascun giocatore, cercare di realizzare (ovvero impedire all’avversario di realizzare) il tris cioè disporre tre dei propri simboli in linea retta orizzontale, verticale o diagonale (oggi “tris”).

Marrùggiu

bastone usato come manico di attrezzi quali la zappa, il piccone l’ascia, ecc.

Maru 

oltre che nel significato generico di “poveretto” (ddhù maru cristianu quantu staci patendu!), il termine è usato in particolare come appellativo, preposto al nome, di chi è defunto (mi rricordu a “maru” Ciccio, mi ndav’angili…).

Marvìzza

tordo (dal francese mauvais)

Mascaràtu

lett. mascherato; solitamente usato dagli adulti come rimprovero nei confronti dei ragazzini che avevano commesso qualche sciocchezza (Eh  mascaratu!) oppure per indicare chi aveva assunto sembianze cattive o da arrabbiato, una maschera d’ira e di collera (Si votàu ‘cuntr’a mmia comu ‘nu mascaratu, chi mmi ndavi scasci!).

Maschiàta

schiaffo

Mascìddha

ascella

Mastra

solco di grandi dimensioni, protetto con muri a secco, con funzione di canale di irrigazione.

Mavròpulu 

terreno cretaceo di color nerastro

Màzzâra

pietra, di solito rotondeggiante, usata come pressa su alimenti e cibarie conservati in salamoia (forse dall’arabo m’sara). Mentìri sutta màzzâra i livi, i mulingiàni

Mazziàri

sfibrare la ginestra con pietre

Mbàddhu

nocciola da lancio usata nel gioco delle nocciole (u jocu d’i nucìddhi). Era la nocciola più grande, con la quale colpire le altre, poste in terra a forma di castello. Si tratta di uno dei giochi più popolari fra i ragazzini di Palizzi negli anni ’70. Si iniziava a giocare in autunno e si andava avanti fino al periodo delle festività natalizie. Il gioco, che coinvolgeva più giocatori, era molto semplice e non richiedeva altro che le nocciole, portate in giro da ciascuno in un sacchettino di stoffa, una buona mira e una certa capacità manuale di tirare.  Ogni giocatore metteva a terra le sue quattro nocciole a forma di castelletto, u castèddhu (tre di esse formavano la base e la quarta veniva poggiata sopra come torre).  I castelli si disponevano per terra, uno vicino all’altro, dopodiché, fatta la conta, il concorrente designato, postosi ad una determinata distanza, doveva cercare di colpire e far cadere il maggior numero di castelli. Il colpo era inferto servendosi “du mbàddhu.  Spesso, a fare la differenza, più che la mira, era la consistenza della nocciola usata come mbaddhu. E c’era sempre qualcuno che cercava di barare. Il trucco consisteva nell’appesantire u mbaddhu, attraverso l’inserimento al suo interno di qualche pezzetto di piombo, richiudendo poi il piccolo foro con della cera.

Mbarràri

saziarsi, mangiare comodamente

Mbattìri

accadere, succedere, occorrere (Ah chi mi ndavìa a ‘mbattìri a mia!).

Mbiveràri

dare acqua alle piante, irrigare orti e giardini

Mbiverùni

brodaglia con resti e scarti alimentari, usata come cibo per i maiali

Mbrahgàtu

che ha perso l’intensità della voce; affetto da raucedine

Mbramàri

bramare, muggire

Mbròsicu

rospo

Mbruscuniàri

disordinare, mischiare, fare le cose senza cura.

Mbuddhàgghju

tappo, turacciolo.

Mbuddhàri

tappare, occludere.

Mbuddhuriàri

aggrovigliare, imbrogliare.

Mbumbulùni

bernoccolo

Mburràri

urtare, cozzare

Mbuscàri

guadagnare qualcosa, ma anche prendere delle botte, essere picchiato

Mbutèddu

imbuto

Mbuttàri

spingere

Mèddhissa

ape (dal gr. Μέλισσα )

Meddhisserìa

alveare

Medùddha

cervello

Menzanèddha

unità di misura agricola

Milarrùni

Scacciapensieri; strumento musicale che funziona appoggiato alla bocca. È fatto da un cerchio metallico, con al centro una linguetta, che opportunamente sollecitata, è capace di vibrare, emettendo suoni molto belli.

Mìlinga

tempia

Milògna

tasso

Milùni

anguria

Mínna

mammella

Miscitàri

mescolare, rimestare.

Miscitiàri

rovistare

Mmèndula

mandorla

Mmendulàra

mandorlo

Mmórzu

pezzo (dal francese morceau)

Mmucciarèddhu

gioco del nascondino

Mmucciàri

nascondere

Moticàri

muovere (no moticàri i ccà, non lo muovere da qui; moticàtti!, muoviti! datti una mossa!)

Mpamu

traditore, infame.

Mpannizzàtu

stropicciato (‘ssa maglia si fici nu pannizzu!)

Mpapocchjàri 

prendere in giro, ingannare, raccontare balle.

Mpasturàtu

legato mani e piedi (da mpasturàri: mettere le pastoie alle bestie)

Mpasturavàcchi

serpe molto lunga, che si attorciglia alle zampe posteriori delle vacche, rendendole incapaci di camminare, per succhiare il latte dalle loro mammelle.

Mpaticàri

pestare con i piedi

Mpendìri

appendere.

Mpìcci

impegni, affari, faccende da sbrigare.

Mpiciàta

tela impermeabile, incerata.

Mpìsu

appeso, ma anche sospeso, lasciato in attesa o nell’incertezza (Mi dassasti mpìsu tutta a jornata!)

Mprascàri

imbrattare (mprascàtu: sporco, imbrattato)

Mprenàri

ingravidare, mettere incinta.

Mpurrìri

  marcire (mpurrùtu: marcio)

Muca

specie di muffa;  mucàri: ammuffire (dal greco mouchla, muffa).

Muccatùri

tipo di fazzoletto che fungeva da copricapo femminile (dal catalano mocador oppure dal greco mykos, muco, visto che il termine pare designare anche il fazzoletto per il naso).

Muddhùra

cielo  coperto, nuvoloso (U tempu si guastàu e non è com’era: era chjarìa e diventàu muddhùra!)

Mundéddhu

misura di capacità per cereali, pari alla quarta parte di un tomolo (dall’arabo mudd)

Mungijàri 

lamentarsi, gemere.

Muntaròzzu

montagnetta, ma più in generale, qualunque prominenza su una superficie piana, un mucchietto di qualcosa.

Muntugàri

nominare

Munzèddhu

mucchio, un insieme di qualcosa ammucchiata a forma di cono.

Munzìddha

patina nera lasciata dal carbone/legna.

Murèddha

(plr) more, frutti del gelso (murèddha ‘i cerzu) e del rovo (murèddha ‘i rruvèttu).

Mùrga

sedimento dell’olio, i resti della separazione dell’olio dalle scorie.

Murmuriàri

il termine a Palizzi non era mai usato nel significato comune di chiacchiericcio continuo e di molta gente bensì con il significato di sparlare, criticare, dire male. Era il giudizio avverso e maligno su una persona o su un determinato argomento da parte delle comari.

Murra

gregge; in senso figurato un insieme di persone o animali, assembramento. È anche il nome dell’antico gioco della morra.

Muscàgna

acconciatura maschile consistente nei capelli pettinati all’indietro.

Mussàta

colpo dato con il retro della mano direttamente sul muso.

Mussatùni

un colpo sulle labbra (v. mussata) particolarmente violento (ti votu nu mussatùni….)

Mussiàri 

non essere d’accordo, non accettare, manifestare disgusto.

Mustàzzi

baffi (dal francese moustache)

Musulúpu

tipo di formaggio, altrimenti detto: bugghjutèddhu (dall’arabo  maslūc)

Muzzafràta

lucertola

Muzzicàta

1) un morso; 2) una piccola quantità.

Muzzicàtìna

morsicatura.

 

 

 

 

N

 

Nàca

culla (dal greco nàke)

Ncagnàtu

offeso

Nchjanàri

salire

Nchjanàta

salita

Ncignàri

incominciare

Ncugnàri

conficcare, spingere.

Ncurtitùra

scorciatoia

Ndunàri

accorgersi, rendersi conto di qualcosa

Ndrìzzu 

servizio di suppellettili da cucina (‘nu ndrìzzu ‘i piatti; ‘nu ndrìzzu ‘i tazzini).

Ndrupàri

avvolgere, ma anche imbrogliare.

Neddhu

anello

Ngaddhàtu 

sporco (si diceva per lo più di ciò che resta sporco, dello sporco residuo)

Ngàgghia

fessura, spiraglio.

Ngagghjàri

afferrare, sorprendere (Si ti ngàgghju ti conzu!)

Ngarràri

afferrare  (si ti ngarru ti conzu p’e festi!)

Ngìddha

anguilla

Ngiùria

soprannome (diverso quindi da ingiuria, nel senso comune di offesa intenzionalmente arrecata all’onore altrui).

Ngrignèddha

insolente, permaloso, arrogante, che tende a causare liti (sinonimo di jarmatàru)

Ngruppàri

rfl. strozzarsi, soffocare, si dice quando un boccone rimane in gola.

Ngruppàtu

aggrovigliato, annodato.

Ngunàgghia

inguine

Ngurnàtu

bagnato, inzuppato.

Ngurriàri

gorgogliare, smuovere facendo rumore (quasi sempre riferito al gorgoglio degli intestini: Senti comu mi ngurrìjinu i budeddha?)

Ngusciàri

lamentare

Nimalosìmi

stupidaggine

Nnacàri

dondolare, cullare

Nnacàta

dondolio; detto in particolare della camminata con una certa cadenza.

Nnasiàri

provare disgusto

Nnettàri

pulire

Nníco

piccolo (dal gr. νήπιο neonato/bambino piccolo).

Nnòcca

fiocco, ma anche, più genericamente, nodo.  

Ntamàtu

chi si dimostra incapace di pronta e autonoma decisione. Poco cresciuto a causa di eccessive cure da parte dei genitori

Ntìsa

udito

Ntìva

muro a secco

Ntontarùtu

intontito

Ntorciniàri

attorcigliare

Ntrosciàri

disordinare

Ntròsciu

disordine

Ntulupàri

avvolgere, coprire.

Ntulupàtu

avviluppato, aggrovigliato (comu ti ntulupasti?)

 

 

Nùzzu

tacchino

Nzavanátu

vestito in maniera disordinata (Sávano , dal gr. tard. Σάβανο lenzuolo per avvolgere i morti)

Nzivàtu

unto, oleoso

Nzòlia

uva bianca usata per la vinificazione, con una buona resistenza alla siccità estiva, molto diffusa a Palizzi.

Nzùddha

biscotto dolce fatto di farina e miele, dalle forme svariate.

Nzurfaràri

trattare con lo zolfo le viti (tra fine aprile e inizi maggio) per proteggerle soprattutto dalla peronospera   

Nzuvaràtu

intorpidito (si dice, in particolare, di un arto addormentato, privo di sensibilità, con formicolio). 

 

 

 

 

O

 

Orbu

cieco

 

 

 

 

P

 

Paddhècu

rozzo (dal greco pidekos, babbuino)

Pàmpula

bolla, vescichetta che si crea sulla pelle dopo una scottatura

Panàru

cestino

Panìculu

pannocchia di mais

Pannìzzu

pannolino

Parinchìri

riempire (lo stesso che “jinchìri”)

Perciàri

forare (dal francese percer),  perciàtu: forato, bucato

Persicàra

pesco

Petrusìnu

prezzemolo (dal greco petroselinon)

Pettinìssa

ferma capelli

Pezzàra

stuoia

Pìca

l’uccello passeriforme, dal nome italiano ghiandaia

Pichèlla

tipo di zappa

Pignàta

pentola per cucinare sul fuoco vivo

Pìgula

rapace notturno; si dice anche di persona che sentenzia disgrazie

Pinnulàri

ciglia

Pipitùni

uccello notturno simile all’upupa; in senso figurato, il termine era usato per indicare una persona sciocca, stupida, di limitate capacità intellettive

Piràra

pero

Pirùni

bastoncino di legno

Pirunèddhu

bastoncino di legno usato per tappare il buco fatto nelle botti per spillare e assaggiare il vino (anche spinnozza).

Piscistòccu 

stoccafisso

Pitacùni

piccolo; invariante nella forma plurale: i pitacùni

Pittàra

fico d’india (la pianta)

Pittèddha

pizza bianca

Portugàllu

arancia

Praca

a) roccia piatta e liscia di grandi dimensioni, solitamente su terreno scosceso; b) lastra sottile di pietra, che,  tenuta sollevata con un legnetto su una fossetta del terreno, serviva a catturare gli uccelli.

Prèscia

fretta (A gatta prescialòra faci i gattareddhi orbi!)

Pretàli

mezzelune di pastafrolla ripiene di frutta secca, vino cotto e fichi

Projinàru

però selvatico, i cui piccoli frutti danno un ottimo distillato d grappa.

Prunàra

pruno

Puddhèddha

gallinella

Puddhìa

termine generico per indicare gli uccelli (sing. puddhìu)

Puddhicinèddhu

pulcino

Pùma

mela

Putìhga

bottega, solitamente quella di generi alimentari

 

 

 

 

Q

 

Quatràru

ragazzo

 

 

 

 

R

 

Rahguddhiàri

russare

Rapìnu

falco

Ràsula

striscia di terra abbastanza grande e pianeggiante

Recìna

uva (dal francese raisis)

Rèschia

lisca di pesce

Rìhgunu

origano

Rinàli

vasino da notte

Rincriscìri

annoiarsi

Ròina

arnese per tagliare gli zoccoli ad asini e  muli

Rràggia

rabbia, collera, furore

Rraggiàtu

rabbioso

Rrambàli

persona molto stupida

Rrancàta

riferito al lavoro in campagna: un piccolo lavoro dalla breve durata.

Rrahgàri

stancarsi ( “rrahgàsti quantu ‘i fai du’ scaluni!)

Rrìbba

bagnasciuga

Rribbàri

accostare

Rriggettàri

Calmare, (cerca mi ti rriggètti!: cerca di darti una calmata); riposare (Va’ rriggèttati a ‘nu pizzu!)

Rrìna

sabbia

Rringàri

condurre gli animali al pascolo

Rripezzàri

rattoppare, rammendare

Rrisbigghjàri 

risvegliare (lo stesso che rrussigghjàri)

Rrisicàri

azzardare, rischiare

Rrivolàri

buttare via

Rrocculàri

rotolare per terra (dal francese reculer);

Rrùga

via o spiazzo davanti casa

Rrugnùni

reni

Rrùmbula

trottola

Rrumbulàri

cadere, precipitare rotolando

Rrùnca

specie di falce ma con la lama più larga

Rrussigghjàri

risvegliare (lo stesso che rrisbigghjàri)

Rruvàci

contenitore di legno per il trasporto dell’uva con l’asino

Rruvèttu

cespuglio di rovo

Rrùvulu

quercia

 

 

 

 

S

 

Sacchètta

tasca

Saccoràfa

ago grande per cucire i materassi e i sacchi

Saiettùddhi

pianta commestibile molto diffusa nel territorio di Palizzi.

Saìmi

strutto

Salamìda

geco

Salatùri

vaso di coccio cilindrico, con due manici, usato per mettere “sotto sale” vari alimenti (acciughe, olive). A volte anche per mettere in salamoia alcune carni di maiale.

Sàmbulu

fessacchiotto

Sangiuvanni

rapporto che si stringe fra due persone che diventano compari o comari, prevalentemente in derivazione di battesimi, cresime, testimoni di nozze

Sarvètta

tovagliolo

Sbarrogàrsi

spaventarsi, avere paura (Mi facisti i’ mi sbarrògu!) o avere eccessive preoccupazioni (E bonu, dai, non ti sbarrogàri!)

Sbilèncu

fuori di testa

Sbilunàri

uscire di senno dopo una grossa arrabbiatura

Scalafàsciu

espressione di meraviglia

Scárda

scheggia di legno (dal francese escarde)

Scarfògghji

foglie secche usate anche per riempire i materassi.

Scàtturu

verme roditore delle patate;  grillotalpa (?)

Scèccu

asino

Schèttu

scapolo (u megghju malandrìnu era eu quand’era schèttu, ora mi maritài e diventai nu catalèttu)

 

 

Schiantàrsi

prendersi di paura (lo stesso che “spagnarsi”)

Schìcciu

sorgente d’acqua naturale

Scialàri

gioire, divertirsi

Sciamàrru

Piccone (con un lato  di cornu e uno di tagghju)

Sciamparàtu

sciatto, malandato, disordinato

Sciàrra

litigio, lotta

Sciarriàri

litigare

Scìfu

trogolo di pietra usato come mangiatoia per i maiali (dal greco skyphos, coppa)

Sciorbàri

accecare

Scìrpiti

cianfrusaglie, oggetti inutili.

Scirubètta

specie di granita fatta con la neve e con l’aggiunta di vino cotto o caffè

Sciunètta

accetta

Sciuppàri

strappare

Scorciàri

graffiare o graffiarsi

Scrìnia

riga dei capelli 

Scrìsa

ortica

Scoppulùni

colpo dato con la mano aperta sulla parte posteriore della nuca

Scorcicòddhu

schiaffo molto forte, sberla

Scotulàri

scuotere, sbattere

Scrupìu

assiuolo

Scruscìri

fare rumore, tintinnare, rumoreggiare.

Scrùsciu 

rumore

Sdillabbràtu

di tessuto che si è lasciato andare (stu maglioni si sdillabbràu), il contrario di infeltrito

 

 

Sdirrupàri

cadere in malo modo, dirupare rovinosamente (come precipitando in un dirupo)

Sdivacàri

svuotare, versare, travasare.

Sdunàri

intestardirsi (e chi ti sdunàu ora?), ma anche provare fastidio per qualcosa (ma comu mi sdùna sta cosa!).

Secri           

tipo di verdura

Sgarrári

  1. sbagliare, mancare in qualcosa, non osservare un dovere (dal catalano esgarrar);
  2. strappare con forza

Siddhiàri

1) arrabbiarsi (mi fascisti i mi siddhìu!; 2) annoiarsi (mi siddhiài standu fermu);      

Simána

settimana (dal francese semaine)

Simpétturu

consuocero

Sìnga

linea

Sipàla

fila di arbusti disposti fittamente per limitare o recintare

Spagnàrsi

avere paura (lo stesso che “schiantarsi”).

Spasulàtu

Povero disgraziato, privo di mezzi e di denaro

Sperdìri

dimenticare (mi sperdìa i fazzu ddhu lavuru!)

Spìddhissa

scintilla 

Spinnòzza

bastoncino di legno usato per tappare il buco fatto nelle botti per spillare e assaggiare il vino (anche detto

Spìtu

spiedo

Spolissàra

specie di ginestra molto spinosa con fioritura profumata e dal colore giallo intenso

sputàzza

saliva

Ssettàri

sedere

Ssicutàri

mandare via qualcuno, allontanare (solitamente rivolto agli animali)

Stàbbiu

letame, concime naturale

Stigghiòli

budella del capretto.

Stimperàri

lanciare con violenza

Stráci

cocci di pietra, più propriamente di creta

Stracòzza

tartaruga (dal greco “òstrakon, coccio)

Stratìa

bilancia usata dai macellai

Stróffa

piccolo cespuglio

Stroppicàri

inciampare

Stròsciulu

oggetto senza valore

Strudìri

consumare

Stutàri

spegnere (stuta u focu!);  chiudere, interrompere (stuta a luci,  a machina)

Suricàra

trappola per topi

Sùrici

topo (dal francese souris)

Suriciòrbu

talpa

 

 

 

 

T

 

Tahgarèddha

piccolo cesto

Tambútu

bara (dall’arabo tābūt)

Tappìni

ciabatte

Tavàrca

testiera del letto

Tigànu

pentola, tegame (dal greco tèganon)

Tignùsu

calvo, pelato

Tìmpa

pendio, dirupo

Tirettu

cassetto

Trappìtu

locale deputato alla frantumazione e macerazione delle olive (dal gr. Τραπητόν pigiato da τραπέω pigiare)

Tripòdi

treppiede di ferro del focolare, sopra cui si appoggiava il recipiente per la cottura degli alimenti (dal greco τριπόδιον)

Trípu

buco (dal greco τρύπη)

Trìspitu

cavalletto in ferro

Tròzzula

pezzettini (si ficiru trozzula: si sono fatti a pezzi, nel senso di “hanno litigato aspramente”; oppure: chi mi ti facìvi trozzula e moddhìchi!).

Trùgghju

persona grassottela, in carne, panciuta

Tumpulùni

schiaffo

Túmunu

tomolo, unità di misura (dall’arabo tumn)

Tùppu

acconciatura femminile, fatta da una lunga treccia raccolta sulla testa e fissata con dei fermagli

Tùpulu

groviglio

 

 

 

 

U

 

Unchjàri

gonfiare

Upparamài!

esclamazione di meraviglia

Urdicàri

esagerare nel bere

 

 

 

 

V

 

Vaiàna

baccello (di piselli o fave)

Vinèddha

viuzza, vicolo

 

 

 

 

Z

 

Zafattoiàri

trafficare, cercare qualcosa 

Zàmbaru

persona che non sa di niente, di poco valore

Zargàra

qualcosa di molto amaro (esti zargàra ‘stu cafè!)

Zargariàri

dannarsi per qualcosa o per qualcuno (mi fici ‘i mi zargarìu)

Zenniàri

scherzare

Zirriàri

ronzare

Zìrrumbicu

calabrone

Zzipàngulu

anguria (dal greco “kepanguron“).

Zzìmba

porcile, recinto dove si tengono i maiali

Zzìmbaru

becco, maschio della capra (dal greco xìmaros)

Zzìtu

fidanzato

Nzustàri

provocare, stuzzicare, molestare, istigare

 

 

 

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