Salvatore Iacopino | Palizzi e la sua vita religiosa
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PALIZZI

Brevi note su Palizzi e la sua vita monastico-religiosa

PALIZZI

Brevi note su Palizzi e la sua vita monastico-religiosa.

Palizzi (sessanta kilometri  a sud est da  Reggio Calabria) è certamente uno dei borghi più pittoreschi di quel tratto di costa che va dal Promontorium Leucopetra (Capo  d’Armi) al Promontorio di Ercole (Capo Spartivento).

 

La nascita di Palizzi si fa risalire addirittura al IV sec. d.C, periodo in cui, come è noto, folti gruppi di uomini cominciarono a lasciare le  marine della  Locride, spingendosi  nell’interno.  In questo contesto, gruppi  di  profughi si sarebbero stabiliti in contrada Calamissà  (Kalamitza), dando  origine alla prima comunità di Palizzesi.  Nel VII sec. questi popoli avrebbero lasciato la campagna di Calamissà e si sarebbero stabiliti sotto la grande rocca, dove attualmente  si trova  l’abitato  del  paese. Nel  XI  sec.,  a  Palizzi  e  nelle  campagne circostanti si sarebbero poi insediati  altri gruppi di profughi,  provenienti,  questa volta, dalla fiumara Galàti, vicino l’attuale territorio di Brancaleone (v. F. Rossi, Sotto la rocca di Palizzi. Tip. offset Kuhar, Trieste).  

Palizzi divenne però un centro di una certa importanza soltanto nel periodo a cavaliere tra  la fine  del primo millennio e l’inizio del  secondo,  quando anche  in  questa zona risultavano ormai presenti alcuni  degli oltre millecinquecento monasteri basiliani che  popolavano la Calabria.

Numerosi furono i paesi fondati in questo periodo, in conseguenza delle massicce migrazioni di popoli  orientali verso l’Italia. Fu proprio attorno  alla fine  del  XI  sec. che, ad es., un gruppo di  questi  profughi  si  stanziò nelle falde della Jermanada, dando  origine  alla fondazione di Pietrapennata.

 

Il nome Palizzi potrebbe derivare etimologicamente dal greco Politsion, diminutivo di Polis (città), che già in epoca normanna veniva latinizzato in Politium, oppure da polìscin (luogo ombroso).  Alcuni invece lo fanno derivare  dalla voce  Palatium  (palazzo), riferito  al  castello, mentre secondo altri deriverebbe  dal nome della potente famiglia Palizzi di Messina, la  quale  poté avere il dominio  feudale  in  questo luogo (ignoro se oggi quest’ultima tesi sia stata confermata da fonti storiche).  Esiste infine un’altra versione, secondo la quale il nome Palizzi  deriverebbe da quello dell’antico  monastero di Sant’Ippolito,  comunemente  detto Politium, che un tempo sorgeva a Palizzi. Lo sviluppo del nome avrebbe quindi seguito le varie realtà politico-linguistiche, presentandosi,   nell’arco  di  sette  secoli,  con   cinque denominazioni  diverse:  partendo dall’VIII sec. con “IPPOLITOS”,  probabilmente  nome  del  convento  all’atto della sua fondazione, si sarebbe andato avanti nei secoli attraverso IPPOLITIUM (IX-X),  POLITIUM (X-XI),  PALITI (XII-XV) fino a “Palizzi”, nome usato dal XV sec. in avanti.

 

 

VITA MONASTICO-RELIGIOSA

Nonostante  i  confini  limitati, la  modesta   realtà economica e demografica,  in  tutto il territorio di Palizzi vi  fu  una vita monastico-religiosa molto attiva. Vi furono, infatti, un  tempo tre Monasteri basiliani e numerose Chiese,  distrutti  più volte lungo i secoli dalle varie calamità e  quasi sempre ricostruiti. Il fiore all’occhiello era rappresentato  dal sopracitato monastero  basiliano  di Sant’Ippolito, senza dubbio il più importante nella storia di  Palizzi.  Il passato brillante di questo monastero è comprovato da numerosi documenti storici, come quello  del 1477 del vescovo  di  Bova, che  conferiva   l’abbazia Archimandritale  di Sant’Ippolito di Palizzi al  monastero di  Taranto.  Purtroppo oggi non rimane nessuna traccia dell’abbazia e non si sa neppure  con  esattezza  dove sorgesse (magari – mi piace fantasticare – nei pressi di quella campagna  a  nord  del paese ancora oggi denominata “Santu Pòlitu”, dove ho trascorso moltissime giornate della mia infanzia, girovagando tra i vigneti di mio padre, che sorgevano proprio in quell’area).  Al di là della localizzazione esatta, esiste comunque un documento scritto di  proprio  pugno dall’ultimo  Abate  del  monastero,  il  quale, prima   di abbandonarlo, fece l’inventario delle poche cose rimaste  e che  portava  con sé:  <<una scure, una  coperta,  qualche  lenzuolo  etc..>>. La fantasia popolare narra che prima  di partire l’Abate abbia sotterrato da qualche parte una grande giara con dentro  gli oggetti  religiosi della Chiesa, che in quanto  oggetti  di culto, avrebbero dovuto restare presso il territorio del convento. Inutile dire che quella giara non è mai stata trovata. Ma non doveva  comunque  contenere molto, visto  che  da  un altro  documento  sappiamo  che,  all’epoca  del   vescovo Olivadisio  (1627- 46) i beni delle chiese dei tre rispettivi monasteri di  Palizzi passarono al seminario di Bova, assieme ad una  bellissima statua in marmo custodita in uno di essi.

 

Oltre l’abbazia di Sant’Ippolito, infatti, nel territorio di Palizzi vi era il convento di  Santa Maria di Alìthia (Santa Maria della Verità), oggi chiamato  Alìca. Di tale convento, che si trovava nelle campagne di Pietrapennata, ne sono  ancora oggi  visibili i ruderi.  Il terzo  monastero basiliano era  quello  di  Santa  Maria di Apìta,   che  si  trovava, presumibilmente, nella campagna dell’attuale Jermanada.

 

Quanto alle numerose chiese, la più importante è certamente la chiesa  parrocchiale di  Sant’Anna,  ormai unica chiesa attiva  del  paese.  Intestata inizialmente a S. Maria Theotokos (madre di Dio), fu eretta nel lontano 1084 dai  padri basiliani, che l’amministrarono fino al 1477, anno in cui subentrarono i figli di San Paolo. Nel 1574 passò sotto l’amministrazione del  Clero  regolare diocesano. Vi si mantenne il rito liturgico greco-bizantino fino al 1567,  quando in questa Chiesa fu imposto il rito liturgico latino. Pochi anni dopo, nel 1573, il rito greco cessò anche in tutte le altre chiese di Palizzi. La  cupola  a trullo  presenta  strutture  arabo- siculo-normanne, mentre  il  campanile a pianta quadrata, del 1297, è di stile  romanico. Pare che in origine la cupola e il campanile costituissero due corpi isolati. L’edificio centrale, infatti,  con la sua struttura a tre navate, sarebbe un innesto  del XVII sec. All’interno della Chiesa, in una nicchia dietro l’altare,  si conserva ancora il  gruppo  marmoreo  della  statua   di Sant’Anna, con la Madonna bambina, acquistata dal Principe di Roccella  e  Signore  di  Palizzi,  Mada   Bernardino nell’anno 1479.  Questa statua non trova riscontri per lo stile in tutta  la zona e sarebbe una  copia  in  stile bizantino  di un’altra statua del 1200. Come quasi tutte le altre, anche la  Chiesa di  Sant’Anna di Palizzi servì da luogo di sepoltura fino al  1810,  quando ne venne abolita la pratica dal famoso trattato di Saint Claud.  

Un  fatto  di notevole interesse è il  privilegio normanno  del  1144,  che  la  rese Chiesa   protopapale (protopapa: dal greco  protos=primo,  papas=prete).  Alla  fine  del 1600,  il vescovo  di  Bova,  Mons.  Paolo Stabile, tenne un Sinodo, in occasione del quale fece assumere in luogo del titolo di Protopapa quello di Arciprete. Al Sinodo in questione parteciparono i Protopapi dei  paesi vicini, compreso quello di Palizzi, che rispondeva al nome di: Rendus Abbas D. Ioannis Dominicus Puglisi, Protopapa et  Archipresbyter terrae Politii.

 

Tra le altre  Chiese nel territorio di  Palizzi,  vi  era quella di San Leonardo (Santulinàrdu), nelle campagne della Ternità,  che, come alcune altre, era stata fatta costruire agli inizi del XVII  sec. dalla famiglia dei Baroni Nesci. La  famiglia Nesci apparteneva al Patriziato Messinese ed aveva in origine il  possesso    di   tutto   il   vasto    territorio    della “Chiusagrande“.

 

Di una certa importanza deve essere stata anche l’antica chiesa di S. Francesco, nel rione Santa Domenica, colpita da quella rovinosa frana, che nel 1851 fece scivolare un’intera fetta del paese nel fiume in piena. Arrivata in tempo di notte,  la frana inghiottì la metà della chiesa di S. Francesco (comunemente detta di Santa Domenica) e le case che le stavano attorno. L’altra metà della chiesa durò fino al 1958, quando fu demolita in seguito ai lavori di consolidamento dell’area franata.

 

Un’altra chiesa, modesta quanto originale, è quella  del Carmine.  L’originalità risiede nel fatto di non essere mai stata soggetta al clero bizantino: si differenzia quindi dalle altre per aver sempre osservato il rito liturgico  latino. La sua fondazione risale al 1573 e fino alla metà del 1800 andava sotto il nome di Santuario della Beata Vergine del  Carmine.  Essa comprendeva  anche  Sant’Eufemia,  che sorgeva poco distante. Il terremoto che colpì la Calabria il 5 Febbraio del 1783, distrusse quasi  completamente entrambe. La chiesa di Sant’Eufemia ormai non esiste più, o  meglio, ha continuato ad esistere solo  come  piccolo palmento per  la pigiatura dell’uva e la fermentazione del mosto; quella del Carmine invece fu poi ricostruita nel 1856, grazie all’intervento di don Bruno Vitrici (intraprendente  uomo  del paese) e della famiglia De Angelis di Palizzi. La salma di don Bruno Vitrici e quella dell’Arciprete De Angelis, sono entrambe tumulate dentro  le mura della Chiesa, ai lati dell’altare.

 

Procedendo a piedi dal Carmine verso il Paese, si passa attraverso una contrada chiamata “Gannadeo” forse contrazione dialettale di “Anna Deo” (Anna di Dio). Manca ogni certezza storica, ma secondo alcuni ci sono buoni motivi per  ritenere che qui un  tempo  sorgesse una  chiesa  di  rito  greco intestata a Sant’Anna di Dio.

 

 

 

FESTIVITA’ religiose

Il 26 Luglio di ogni anno a Palizzi si celebra una  grande festa  in onore di S. Anna,  che si ripete puntualmente  da 541  anni, da quando cioè il  Principe  Mada Bernardino  acquistò  la  famosa statua  marmorea  di   Sant’Anna (a.1479).  Ma è l’intero mese di luglio ad essere interessato dai festeggiamenti religiosi, che interessano in modo intrecciato il culto di Sant’Anna e quello della Madonna del Carmine.

Si inizia, infatti, il 2 luglio, quando la statua della Madonna viene trasferita in processione al Santuario del Carmine  (a 4 km dal Borgo). I festeggiamenti continuano poi con una serie di pellegrinaggi al Santuario, proseguono con la festa della Madonna del Carmelo il 16  Luglio ed hanno il loro momento più solenne nella notte tra il 25  e  26  Luglio, quando avviene l’incontro della Madonna con Sant’Anna. Quest’ultima, infatti, partita in processione dalla Chiesa parrocchiale, va a prendere  la Vergine per riportarla “a casa”.  L’incontro avviene in contrada Zingàri. Qui, al canto dei fedeli e alle suggestive luci dei ceri accesi, la processione proveniente dal Carmine con la Madonna, si incontra  con  l’altra  processione proveniente da Palizzi con la statua di Sant’Anna (la statua, in questo  caso, non è quella marmorea ovviamente, ma  una  di legno,   donata  ai  cittadini   Palizzesi  dal  Barone  di Palizzi,   Don  Tiberio  De  Blasio).   L’incontro è sottolineato  con grande tripudio di  fuochi  d’artificio, dopodiché  le  due processioni, ormai fuse in  una,  fanno rientro alla chiesa parrocchiale di Sant’Anna: la Madonna è così riportata sul suo trono, dove resterà fino all’anno successivo.

 

Dopo quella di Sant’Anna,  la più importante festa religiosa dell’anno è quella di San Sebastiano, compatrono di Palizzi, che ricorre  il  20 Gennaio. Masse di persone provenienti dalle popolate campagne dei dintorni e dai paesi vicini riempivano le strade di Palizzi, lungo le quali il Santo veniva portato in processione al canto di “Salve o martire di Cristo…” In tempi remoti, in occasione di lunghi periodi di siccità, il  Santo  veniva  portato fino  alla  Marina  per  essere immerso con i piedi nell’acqua del mare. Pranzo devozionale in onore di San Sebastiano era il classico piatto di maccheroni al ragù di carne di capra.

 

 

Naturalmente, la ricchezza di luoghi di culto della terra di Palizzi in epoca antica, va ben oltre queste poche note.  Del resto, se qualcuno l’ha definita una “piccola tebaide” ci sarà pure un motivo!

Concludo ricordando che a Palizzi, nel XVI sec., nacque uno dei più celebri teologi e predicatori  del suo tempo, “Fratello  Angelo“,  cappuccino della principesca famiglia degli Ardoino di Messina, morto – non si sa bene se a Castelvetere o in un Convento di Bari – nel 1626-27.

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