Salvatore Iacopino | L’APPROCCIO DELLA SCIENZA BIOMEDICA AL TEMA DELLA MORTE
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Ma di quale morte stiamo parlando?

L’APPROCCIO DELLA SCIENZA BIOMEDICA.

Ma di quale morte stiamo parlando?

Morte fisica e morte metafisica

Al di là dei molteplici possibili approcci al tema in argomento, l’obiettivo di questo e del successivo paragrafo è la messa in luce di una generale distinzione: quella tra un approccio empirico e uno meta-empirico alla morte, in corrispondenza rispettivamente del suo significato biologico e di quello simbolico-psicologico. È ovvio che tra una visione della morte in senso fisico e una sua considerazione in senso metafisico ed esistenziale c’è una bella distanza: interpretata sul versante fisico, dalla scienza positiva, la morte offre un’immagine di sé ben diversa da quella risultante da una sua considerazione svolta a livello filosofico, teologico, morale.

 

L’APPROCCIO DELLA SCIENZA BIOMEDICA AL TEMA DELLA MORTE.

Dal punto di vista della scienza biologica e medica, la morte è un problema come un altro. In quanto evento appartenente all’ordine naturale, essa è la semplice cessazione dell’attività vitale: è quel processo che ha inizio con la perdita delle funzioni vitali più importanti e che si conclude quando tutte le cellule sono morte.

Notiamo già qui una importante contraddizione: se sul versante ontologico la morte non può che essere un evento, dal punto di vista medico e biologico invece la morte non è, evidentemente, un evento istantaneo, ma un processo, che si sviluppa in diverse e distinte fasi. Al di là di queste differenze, comunque, è  cosa alquanto evidente che nell’ambito delle scienze mediche – le quali hanno a che fare semplicemente con la morte come decesso – non possa trovare spazio alcuna mitologizzazione della morte né alcun significato meta-empirico di essa. Anche la morte umana – essendo l’uomo un organismo biologico – è ridotta ad un insieme di eventi e processi fisici; come tale, essa  si iscrive nelle condizioni e nelle leggi che governano l’organismo.

 

Due osservazioni generali credo si possano fare sull’approccio tanatologico della scienza biomedica. La prima riguarda la cornice di riferimento concettuale sottesa alla pratica medica contemporanea, che sembra radicarsi nella scissione cartesiana fra mente e materia. È nota a tutti la distinzione operata da Descartes  tra <<res cogitans>> e <<res extensa>>, cioè tra spirito pensante (identificabile con il pensiero) e corpo inteso come macchina, come meccanismo perfetto in grado di funzionare autonomamente. Ovviamente non voglio certo sostenere che la teoria e pratica contemporanee della medicina ignorino la fondamentale interconnessione di mente e corpo; mi pare però che il dualismo antropologico cartesiano – al quale va riconosciuto il merito di aver dato un enorme impulso alle ricerche fisiologiche e anatomiche – possa spiegare, almeno in parte, la concentrazione quasi esclusiva della scienza medica sugli aspetti fisici della salute e la sua tendenza a considerare la morte come la banale interruzione della funzionalità di una macchina. Una volta separata la <<res cogitans>> dal corpo, inteso come macchina naturale, la morte diventa semplicemente il totale arresto di questo corpo macchina. Anche da qui deriva, dunque, per l’orizzonte di senso della medicina, l’estraneità a qualsiasi qualificazione della morte in termini filosofici, esistenziali, ecc..

La seconda osservazione riguarda il fatto che per la scienza medica in generale oggetto di indagine non è mai propriamente il che cosa della morte, ma semplicemente il suo come, e  forse non potrebbe essere altrimenti. 

L’indagine medica non riguarda tanto l’essenza della morte (sia pure in senso fisico), quanto i processi e le modalità del morire, i segni della morte, ecc..

Se ponessimo ad un biologo la domanda “che cos’è la morte?”, questi non soltanto potrebbe cavarsela con una semplice risposta del tipo: “La morte è la cessazione dell’attività vitale negli organismi animali e vegetali”, ma probabilmente comincerebbe a parlare di cessazione dei movimenti respiratori, di arresto del battito cardiaco, di scomparsa dell’attività riflessa, ecc.. In sostanza, cominciando ad articolare la sua risposta, lo scienziato biologo non risponderebbe più alla domanda originaria (Che cos’è la morte?), ma ad un’altra, e cioè: “Quali sono i segni della morte?”.

Insomma, il vasto mondo della medicina moderna non sembra occuparsi propriamente della morte. Il quesito al quale la scienza medico-biologica può tentare di fornire una risposta è soltanto: “Di che cosa si muore?”. La domanda invece di gran lunga più radicale per l’uomo è quella inerente il senso della morte (perché si muore?) piuttosto che la causa; e questa domanda per la medicina non è pertinente.

Dunque è innegabile che molti aspetti della morte siano di dominio quasi esclusivo della scienza medico-biologica, questo vale tanto per la morte del vivente in generale, quanto per la morte umana in particolare: la nostra condizione generale di esseri viventi non ci consente, infatti, di ignorare neppure per un attimo la connotazione biologica della morte. Allo stesso tempo però è altrettanto evidente che c’è una bella differenza tra la morte oggetto della medicina, della fisiologia o anche della demografia, della sociologia, ecc. e la morte  ‘vissuta’. Come scriveva Vladimir Jankélévitch “per il medico, la morte diventa molto rapidamente qualcosa di banale. Un morto è presto sostituito: la vita man mano richiude i vuoti. Tutti sono sostituibili: qualcuno scompare, un altro occupa il suo posto.”  Ecco, da questo punto di vista si tratta di un problema come tanti altri.

 

 

 

 

 

 

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