Salvatore Iacopino | Rimozione della morte.
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Sulla rimozione della morte 

Dall’Intervista di Giuseppe Possa a Salvo Iacopino, 2020.

Sulla rimozione della morte 

Tra i temi principali delle tue poesie vi è  la meditazione sulla morte e la riflessione sulla fugacità del tempo. Cosa pensi tu della morte?

La morte occupa costantemente i miei pensieri: è l’invisibile compagna che mi segue di continuo e con la quale ho un dialogo ininterrotto. Credo sia proprio l’interazione immaginaria con la morte ad influenzare la mia visione del mondo e l’interpretazione della mia stessa condizione esistenziale. Ma, attenzione, pensare la morte non vuol dire (almeno non necessariamente) assumere un atteggiamento lugubre, triste: pensare la morte significa, secondo me, pensare più autenticamente la vita. Vedi, in un certo senso, il concetto di morte non dovrebbe essere contrapposto a quello di vita: il contrario della morte dovrebbe, forse più correttamente, essere indicato nella nascita. Si nasce e si muore: sono questi i due estremi, questa è la vita! Nascita e morte fanno parte di essa. E se la morte fa parte della vita, pensare la morte significa porsi in modo più vero e autentico nei confronti della vita. Anzi, potremmo dire di più: la morte non solo fa parte della vita, essa in un certo senso è ciò che dà un senso alla vita.

 

 Cosa intendi? Spiegati meglio!

Quando non la si concepisca religiosamente come ‘passaggio’ o inizio di una nuova vita, la morte non ha alcun senso: essa è il non-senso assoluto. Di conseguenza, anche la mia vita, proprio perché irrevocabilmente destinata ad essere annientata dalla morte e dissolversi nel nulla, non ha un senso, non scorre in nessuna direzione. Ogni cosa, infatti, ha un senso, una finalità, solo in quanto è inserita all’interno di qualcosa di più ampio.  Le azioni della nostra vita (come recarsi al lavoro, intraprendere un viaggio, ecc.) hanno un senso, una finalità, solo in quanto inserite all’interno della vita. Ma qual è il senso della vita presa nella sua interezza? Se essa non è inserita in un insieme più vasto (ed è ciò che avviene quando appunto si consideri la morte una scomparsa totale), allora è chiaro che questa mia vita non ha senso: questa mia apparizione nel mondo diventa una breve passeggiata senza capo né coda, senza senso. Ecco: il discorso sembrerebbe chiuso qui: la morte è il non-senso assoluto che, di conseguenza, toglie un senso alla mia vita, la rende insensata. Sennonché, la questione può essere inquadrata anche da un’altra angolazione, che porta ad un vero e proprio capovolgimento del significato. È facile, infatti, rendersi conto che, lungi dall’intaccarne la fiducia e impoverirla, è proprio l’assenza di senso a dare un senso alla vita. Con un’espressione un po’ curiosa, ma molto profonda, il filosofo francese Vladimir Jankélévitch esprimeva questo concetto affermando che la morte è il “non-senso che dà un senso negando questo senso”.

Se, infatti, a prima vista la presenza della morte toglie alla mia vita il suo senso, la sua direzione, proprio questo fa sì che essa mi appaia infinitamente preziosa. È proprio la morte cioè a dare un senso alla vita. Cosa sarebbe, infatti, la nostra esistenza senza la morte? Cos’è che rende unici un’emozione, un amore, un viaggio, un’amicizia, se non la loro precarietà, il loro essere effimeri?

Capita, a volte, che trovandoci di fronte ad una piacevole esperienza ci sentiamo quasi aggrediti da un senso di malinconia; ciò, evidentemente, deriva dalla presa di coscienza che questa esperienza non dura, e proprio perché non dura, essa riveste per noi una bellezza eccezionale. Insomma: proprio perché trovano nella morte la loro radicale, insopprimibile negazione, le cose della vita acquistano ai nostri occhi grande bellezza e valore.

 

Resta il fatto però che la morte oggi è sempre più allontanata, nascosta, tanto da far parlare gli studiosi di vera e propria rimozione della morte.

Si, è vero. La civiltà moderna è andata via via rimuovendo dalle coscienze il pensiero della morte e di tutto ciò che più direttamente la riguarda. Ed è stata una rimozione non soltanto psicologica: con il XX secolo, il processo di allontanamento e occultamento della morte si è esasperato fino al bisogno di cancellarla anche visibilmente dalla realtà (pensiamo all’isolamento del morente in ospedale, alla contrazione dei riti funebri, al rifiuto del lutto e dei gesti che lo accompagnano, all’aumento della distanza (non soltanto simbolica, ma anche materiale) dai defunti. Tanto nel momento dell’agonia, quanto durante i funerali, le sepolture, ecc., la morte ha cessato di essere uno spettacolo familiare e in qualche modo solenne, riducendosi a fatto privato e quasi imbarazzante: dalla morte pubblica si è passati alla morte in solitudine dietro il “paravento”, in una fredda camera d’ospedale,  mentre tutto intorno la vita continua freneticamente nella più assoluta indifferenza (il Carro funebre si confonde nel traffico cittadino come un’auto fra le tante).

Il tentativo di occultamento oggi è talmente forte che la morte non deve essere neppure “nominata”, e quando proprio non se ne può fare a meno, allora, si impone il ricorso – assieme agli eventuali scongiuri – all’uso di perifrasi e termini di gergo per evitare, appunto, di nominarla direttamente (così, oggi quel tale di cui parla il giornale, la televisione e persino il manifesto funebre, non è morto, ma ‘ci ha lasciato’, è ‘scomparso’, è ‘venuto a mancare,’ ecc.). La morte è il nuovo grande tabù delle società avanzate nell’epoca post-moderna. E l’uomo, per millenni padrone consapevole delle circostanze della sua morte, oggi muore, non soltanto in solitudine, ma pure senza rendersene conto, senza cioè che gli sia concesso di prendere coscienza della prossimità della sua fine, (si pensi alla difficoltà del medico nel “dire o non dire” la verità al malato terminale, oppure all’inganno dei parenti, che di fronte al congiunto morente, iniziano a recitare le consuete battute: “vedrai che non è niente!!”, “presto ti riprenderai e tornerai a casa!”, ecc.

 

Ma quali sono, secondo te, le cause di questo atteggiamento di silenzio nei confronti della morte?

Molti studiosi hanno tentato di indagare le cause di questo atteggiamento. La questione è lunga e complessa. Certamente, tra le caratteristiche della società contemporanea che influiscono sulla nostra rappresentazione della morte e sul nostro atteggiamento nei suoi confronti, vi è la maggiore distanza da essa. Se nei precedenti stadi di sviluppo della società la vista dei moribondi e dei morti era uno spettacolo pressoché quotidiano, oggi i nostri figli diventano grandi senza aver mai visto un morto “vero” (noi genitori, non soltanto parliamo raramente della morte con i nostri figli, ma se capita un lutto in famiglia, anziché portarli alla veglia o ai funerali, li mandiamo a casa di parenti o di amici). A questa distanza spaziale dalla morte si aggiunge la maggiore distanza temporale, grazie all’aumento della vita media, che fa si che un individuo possa allontanare il pensiero della propria morte per gran parte dell’esistenza. Ma a favorirne ancora di più la rimozione è forse la generale cultura e logica capitalistica di un mondo che privilegia la produttività e il consumo (è evidente quanto le tradizioni e usanze legate alla morte siano di impaccio e di ostacolo agli interessi della frenetica società moderna: si pensi al rallentamento delle attività durante le veglie e i funerali, all’astensione dal lavoro per le persone in lutto, ecc.). Oggi non ci sono più le condizioni necessarie a culti e rituali comunitari. Le pratiche di un tempo, quali, cerimonie, grandi cortei funebri per le strade, commemorazione dei defunti, lunghi periodi di lutto, riti di passaggio, numerose visite ai cimiteri, ecc., sono diventate incompatibili con la vita moderna e destinate a sparire. Così, la crescente deritualizzazione e la progressiva desocializzazione della morte (che da esperienza collettiva è diventata esperienza individuale) hanno fornito una spinta decisa alla tendenza alla rimozione.

E poi ci sono il pensiero positivista nei confronti della scienza e il progresso tecnico-scientifico della medicina moderna, che tendono a farci concepire la morte non più come un evento naturale, un limite intrinseco, quanto piuttosto come un ostacolo, come qualcosa che deve essere superato; e poiché, ovviamente, non la si supera, si fa come se non esistesse: la si estromette dalla vita quotidiana, non se ne parla. Del resto, in un contesto sociale e culturale dominato dai principi della bellezza, della salute e della vitalità, diventa quasi inevitabile rimuovere il pensiero della morte e tutto ciò che la riguarda.

 

Il testo qui riproposto è tratto dall’Intervista di Giuseppe Possa a Salvo Iacopino, pubblicata su PQLascintilla il 17.09.2020

Per l’intervista integrale pubblicata su PqLascintilla, fai click sul link sottostante:

Intervista a Salvo Iacopino (a cura di Giuseppe Possa)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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