Salvatore Iacopino | L’APPROCCIO DEMOGRAFICO-STATISTICO AL TEMA DELLA MORTE
1800
post-template-default,single,single-post,postid-1800,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_grid_1300,transparent_content,qode-theme-ver-13.8,qode-theme-bridge,disabled_footer_bottom,wpb-js-composer js-comp-ver-5.4.7,vc_responsive

L’approccio demografico alla morte

L’approccio demografico alla morte

Nell’articolo precedente abbiamo detto che dal punto di vista bio-medico quello della morte è un problema come un altro. Bene. Nemmeno quando si studia la morte come fatto demografico se ne coglie la specificità poiché nemmeno qui si ha a che fare con la morte ‘vissuta’, che attiene alla sfera dell’esperienza privata.

 

Tasso di  mortalità e vita media

Tra i diversi aspetti che da un punto di vista demografico caratterizzano il mondo contemporaneo, gli studiosi evidenziano soprattutto la diminuzione del tasso di  mortalità e il miglioramento delle possibilità di vita. Il calo del tasso di mortalità nell’ultimo secolo è stato spettacolare (almeno nel cosiddetto mondo industrializzato). Grazie ai progressi della medicina sono praticamente scomparse le grandi carestie, inoltre, con la diffusione generalizzata dei vaccini, sono state domate le epidemie – anche se recenti pericoli epidemiologici hanno più volte messo in allarme l’Organizzazione Mondiale della Sanità (si pensi al fenomeno della SARS o ‘polmonite atipica’).

L’aumento della vita media poi è stato davvero impressionante. Se oggi, nel mondo economicamente avanzato, la durata media della vita è di circa 80 anni, l’uomo primitivo poco più che ventenne era già vecchio.  Secondo i dati forniti da Dublin, Lekta e Spiegelman (Lengh of Life), l’età media risulta di circa 18 anni nella Grecia dell’età del bronzo, di 22 anni nella Roma degli inizi dell’era cristiana, di 33 anni durante il medioevo e di appena 41 anni nell’Inghilterra della metà dell’Ottocento.  Ancora nel 1901  la durata media della vita negli Stati Uniti d’America era di 49,2 anni, per passare rapidamente a 66,7 anni già nel 1946 e salire a 77,2 nel 2001.

 

La grande ineguaglianza davanti alla morte

Rimane purtroppo la grande ineguaglianza davanti alla morte. E non mi riferisco tanto a quella che dipende da proprietà specifiche di ogni essere umano rispetto all’altro né alla ineguaglianza dovuta al diverso tasso di mortalità in rapporto alle fasce di età o al sesso, né ancora alla ineguaglianza dipendente dalla diversa percentuale di decessi in funzione delle categorie di lavoro professionali  (tasso di infortuni sul lavoro). La più grave ineguaglianza davanti alla morte è quella dovuta a fattori socio-culturali ed economici, come l’enorme differenza nel tasso di mortalità fra paesi industrializzati e paesi sotto-sviluppati, fra il Nord e il Sud del pianeta (di due bambini venuti al mondo contemporaneamente, quello nato a sud dell’Equatore avrà una probabilità di vita pari alla metà di quello nato al nord: di fatto, come è noto, un’alta percentuale dei bambini  nati oggi nel cosiddetto Terzo Mondo muore entro il primo anno di vita, mentre appena il 50% dei neonati arriva all’adolescenza).

 

Il senso umano della morte

Al di là delle interessanti questioni statistiche, resta il fatto che, come quello medico, anche questo approccio ci allontana dalla specificità della morte, dal suo dramma soggettivo, da ciò che rende tragico il problema della morte ed il pensiero di essa (dover pensare il proprio annichilimento, l’esclusione e la negazione della propria sopravvivenza). Quella attinente alla demografia, infatti, è semplicemente la morte subita e spiegata statisticamente. A noi però non interessa l’approccio empirico alla morte, bensì quello metafisico ed esistenziale. Ora, il senso umano della morte è qualcosa di inaccessibile ai criteri della statistica o della medicina, perché la morte coinvolge la realtà personale e il delicato mondo dei rapporti interpersonali. Del resto, per un ‘reale’ avvicinamento alla morte ciò che forse più conta è l’esperienza soggettiva: l’esperienza cioè di una morte, più che vista concettualmente dall’esterno, sentita soggettivamente dall’interno: una ‘comprensione’ interiore (sentimento diretto e intuitivo della morte).

In questo senso, la morte è ben più di un semplice fatto naturale: è, in ultima analisi, una questione filosofica. La nostra specifica condizione di esseri pensanti, infatti, ci obbliga a fare i conti con la dimensione metafisica ed esistenziale della morte, e il problema metafisico non può evidentemente essere confuso con il problema del morire, ma riguarda il carattere mortale dell’esistenza.

L’elaborazione più nota della prospettiva mortale spetta indubbiamente alle religioni, per la maggior parte delle quali,  com’è noto, la morte è un momento di “passaggio”, un transito o trapasso verso qualcosa che migliora le condizioni di partenza. Proprio per questo, ogni prospettiva religiosa presta facilmente il fianco all’accusa di voler essere una riflessione rassicurante e consolatoria, un tentativo di fornire agli uomini un riparo dall’angoscia della morte. Tralasciamo però (almeno per adesso) l’approccio religioso.

Negli articoli successivi vorrei provare ad avvicinarmi al tema della morte con l’atteggiamento filosofico di chi  guarda a ogni problema con le sole risorse della riflessione razionale.

 

Condividi su