Salvatore Iacopino | T
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Taddhu gemma, germoglio.
Tagghjòla trappola artigianale (in part. trappola per topi)
Tahgarèddha piccolo cesto
Tamburinàru tamburino. Non si tratta però del semplice suonatore di tamburo, quale può essere quello aggregato alle bande musicali, bensì di colui che esercitava il tradizionale e riconosciuto ruolo di tamburino per tutto l’arco dell’anno, annunciando e accompagnando le feste di piazza e le ricorrenze religiose.

L’ultimo tamburinàru di Palizzi, che con il suo strumento ha fatto gioire generazioni di ragazzini durante le feste paesane e commuovere i devoti in occasione delle feste religiose, fu Carmelo D’Aguì, domiciliato all’Altarìna.  Era lui ad accompagnare le novene in commemorazione della Madonna del Carmine, ad annunciare l’inizio della festa di Sant’Anna, a guidare le varie processioni, ecc.  In molti ricorderanno ancora il ritmo del suo tamburo per la festa di San Sebastiano e il suono della sua voce, quando, sostando davanti ad ogni portone, recitava: <<San Bestianu vi lasci felici e cuntenti un altro anno meglio, in grazia sua!>>

Tambútu casa da morto, bara (dall’arabo tābūt)
Tàndu allora, avverbio di tempo.
Tappìni ciabatte, pantofole.
Tavàrca testiera del letto (dall’arabo tabaca, spalliera di ferro del letto)
Tavulèri tagliere
Tigànu pentola, tegame (dal greco tìganon)
Tignùsu calvo, pelato
Tìmpa pendio, dirupo, zona di terreno scosceso e a strapiombo.
Tinèddhu recipiente fatto con doghe di legno, di varie forme e dimensioni; tipico quello che si usata nei frantoi.
Tintu cattivo, disonesto, malvagio.
Tiratùri cassetto del tavolo (il termine è stato progressivamente sostituito da tirettu)
Tirèttu cassetto
Tiritùppiti parola onomatopeica per indicare qualcosa che cade, che casca, che fa un volo per terra (Tiritùppiti dhhà nterra!).
Trappitàru operaio che lavora nel  frantoio (trappitu).
Trappìtu locale deputato alla frantumazione e macerazione delle olive per la produzione dell’olio (dal gr. Τραπητόν pigiato, da τραπέω pigiare). Negli anni che ho preso qui a riferimento (ossia gli anni settanta), a Palizzi erano tre i trappìti più attivi: quello di Scopelliti, sotto l’abitazione della stessa famiglia, quello di Sergi, sotto l’attuale ufficio postale, e quello di Crea, alle spalle della chiesa di Sant’Anna, dove un tempo c’era il mulino. Vi erano naturalmente anche altri trappìti in paese, come quelli di Stilo e di Pichilli nel rione Manganello, ma non ricordo se fossero ancora attivi in quegli anni o già dismessi.

Il pagamento del frantoio e degli operai che vi lavoravano (i trappitàri) avveniva in natura, mediante la cessione, come corrispettivo, di una quantità percentuale dell’olio prodotto. In pratica, per ogni macina di olive, al proprietario spettava ‘na cannata e mmenza’ (una cannata e mezza), ai quattro uomini trappitari invece due cannate, da dividersi fra loro (‘na menzaneddha’ ciascuno).

La macina, intesa come unità di misura, corrispondeva alla quantità di olive che potevano essere macinate in unica soluzione (all’incirca quattro tùmini ossia poco meno di duecento chili di olive), mentre una cannata d’olio equivale a circa 1,5 litri. Il proprietario del frantoio, inoltre, tratteneva per sé le sanse e una parte dell’ogghju ‘i gurna, l’olio della gurna. Le gurne (i gurni) erano vasche collocate su un piano più basso per la raccolta dell’ulteriore e ultima sedimentazione dell’olio.

Trasìri entrare, o anche (più raramente) penetrare.
Travagghjàri lavorare, faticare, svolgere un’attività lavorativa, che richieda l’impiego di forze fisiche.
Tripòdi treppiede di ferro del focolare, sopra cui si appoggiava il recipiente per la cottura degli alimenti (dal greco τριπόδιον)
Trípu buco (dal greco τρύπη)
Trìspitu cavalletto in ferro
Trizza treccia
Trìvulu piagnisteo, lamento prolungato e fastidioso.  Lo fa chi si lamenta continuamente e in modo eccessivo per ogni minima cosa.
Trocca  antico strumento di legno, dal nome di origine onomatopeica, legato al periodo Pasquale.  Nei tre giorni che precedevano la Pasqua era proibito suonare le campane, per la morte di Gesù, pertanto a partire dalla sera del giovedì santo, la loro funzione veniva sostituita dal suono sordo e fragoroso della trocca, con in mano la quale, un gruppetto di persone girava per il paese per annunciare (appunto, al suono della trocca) l’inizio delle funzioni religiose. La stessa era poi usata durante la processione del Venerdì Santo. Si andava avanti così fino alla notte di sabato, dopodiché dalla Domenica, con l’avvenuta  resurrezione di Gesù, si riprendeva a suonare di nuovo le campane. La trocca era uno strumento musicale molto semplice: una tavola spessa circa un centimetro, larga non più di 20 e alta circa 30 (la tipica forma di un tagliere, con impugnatura nella parte superiore). Sulla tavola era montata una maniglia in ferro libera di muoversi. Girando velocemente la tavola con la mano, la maniglia ruotava, sbattendo sul legno e producendo così il caratteristico suono.

Mentre in molti paesi calabresi l’uso della trocca è scomparso già dal finire degli anni cinquanta, a Palizzi si è mantenuto fino a tempi recenti. Io stesso ricordo di aver suonato la trocca da ragazzino, durante il triduo pasquale, urlando a squarciagola per i vicoli del paese le tradizionali frasi: “Tutt’a crèsia ch’o Signuri è sulu!”;  “Tutt’a crèsia  ca’ tràsin’i funziòni!

Tròzzula pezzettini (si ficiru tròzzula: si sono fatti a pezzi, nel senso di “hanno litigato aspramente”; oppure: chi mi ti facìvi tròzzula e moddhìchi!).
Trùbulu torbido
Trùgghju persona grassottela, in carne, panciuta
Tumbàri cadere
Túminu tomolo, unità di misura di capacità e peso corrispondente a circa mezzo quintale a seconda del prodotto (‘Nu tùminu i livi, un tomolo di olive: circa 45kg; ‘nu tùminu i granu, un tomolo di grano: circa 50 kg; ecc.
Tumpulùni schiaffo
Tundìri  tosare, tagliare la lana delle pecore. In modo ironico, il termine era usato anche per indicare il taglio di capelli dal barbiere (‘Ti tundìsti?’si chiedeva ironicamente all’uomo appena uscito dalla bottega del barbiere  Polimèno). Il piccolo salone di Domenico Polimeno, ultimo barbiere di Palizzi Superiore, si trovava nei pressi della piazza del paese, e svolgeva anche la funzione di botteguccia di minuterie varie, dove noi ragazzini andavamo a comprare qualche palloncino o qualche figurina e a sentirci dire: ‘stu cotràru sì, ca’ canùsci a rrobba bona! Per la verità, in quegli anni (anni ’70) a Palizzi c’era pure un altro barbiere, con il suo discreto giro di clienti, che però esercitava la professione in casa: si trattava di Nino Volontà.
Tuppu acconciatura femminile, fatta da una lunga treccia raccolta sulla testa e fissata con dei fermagli: una sorta di chignon.
Turdùni uomo ottuso, lento, stupido.
Tusèllu baldacchino. Il termine a Palizzi era usato quasi esclusivamente in senso figurato, per indicare qualunque costruzione o insieme di oggetti di fattura alta, disordinata e poco stabile.