Salvatore Iacopino | V
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V

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Vajànabaccello (di piselli, fave, ceci…)
Vajanèddhifagiolini.
VindignàriLa vendemmia a Palizzi era una vera e propria festa di paese. Ho dei bellissimi ricordi personali della vendemmia di famiglia. Partivamo di buon mattino, ciascuno con il proprio cestino, per raggiungere la vigna in contrada Santupòlitu, a circa mezz’ora di cammino a piedi. Insieme a noi  familiari c’erano sempre altre persone, che venivano a dare una mano (a Palizzi, che io ricordi, non si ricorreva mai a  mano d’opera a pagamento, ci si aiutava a vicenda, ricambiando il favore: oggi si vendemmia da te, domani da me).

Appena giunti sul posto, mio padre sistemava un grande telo per terra, ai piedi di un grande ulivo (dove sarebbe poi stata provvisoriamente ammucchiata l’uva raccolta), individuava quindi la “rràsula” dalla quale partire, e dopo la frase di rito: “A nnomu ‘i Ddiu”, si iniziava. Alcuni vendemmiavano e riversavano il contenuto dei loro panieri o secchi nelle cofâne più grandi. Altri (se donne, in testa, se uomini, in spalla) trasportavano le cofâne al punto di raccolta sotto l’ulivo e ne svuotavano il contenuto sopra il telo. Altri ancora, arrivati lì con i loro asini e muli, provvedevano a riempire i rruvàci con l’uva raccolta, caricarli sugli animali e partire alla volta del paese, verso il palmento di De Angelis, che si trovava sotto la vecchia Caserma dei Carabinieri (in seguito avremmo utilizzato principalmente il palmento di don Filippo, in piazza, di fianco alla Chiesa di Sant’Anna). I viaggi degli asini si ripetevano più e più volte nel corso del giorno fino a tarda sera, quando il lavoro nella vigna si poteva dire terminato e ci si concentrava quindi sul lavoro di pigiatura nel palmento (lavoro, naturalmente, già avviato durante il giorno).

Il palmento era costituito da due vasche comunicanti, una delle quali (u pilàci) posta ad un livello molto più basso dell’altra. L’uva veniva versata nella vasca superiore, dove alcuni uomini e qualche ragazzino ‘fortunato’, saltellando animatamente, provvedevano a pigiarla con i piedi; quindi, tramite un foro nel tramezzo, sul quale era applicato un filtro temporaneo, si lasciava defluire il mosto nella vasca inferiore di fermentazione (nto pilàci). L’uva così pigiata era poi messa nel torchio e pressata lentamente; smossa e ricomposta, veniva poi pressata una seconda volta.

Intanto, il mosto nella vasca di raccolta cominciava a spumeggiare e ad emettere il caratteristico odore della prima fermentazione. Al momento giusto, attraverso una scaletta di legno a pioli, mio zio Bestiano scendeva nto pilàci e dopo la consueta frase, A nnomu ‘i Ddiu, affondava una sorta di anfora di latta nel mosto, e, scandendo il numero di prelievi ad alta voce (prima, ddùi, tri…), cominciava il recupero del mosto, che veniva versato dentro le otri, per essere trasportato con gli asini direttamente presso le botti nella cantina di casa mia.

Vinèddhaviuzza, vicolo (jìri vineddhi, vineddhi:  andare in giro, senza una meta).
Vinucòttu  letter. ‘vino cotto’: soluzione sciropposa usata come ingrediente in alcuni preparati dolciari o aggiunta alla neve fresca per fare la scirubètta; in alcuni paesi, il ‘vino cotto’ lo si usa anche nella preparazione del ‘sanguinazzu’. A Palizzi è un ingrediente fondamentale dei dolci natalizi detti ‘pretàli’. Non si tratta però propriamente di ‘vino’ bensì di mosto cotto. Lo si prepara, infatti, mettendo in ebollizione lenta il mosto, fino a quando non si sia ridotto a circa un terzo del totale.
Virìnamammella degli animali domestici.

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